ESISTE IL DIRITTO DI NON ESSERE CAMPIONI NEL PROFESSIONISMO?

Avendo lavorato come Psicologo sia in ambito professionistico che amatoriale, ho potuto respirare attraverso gli atleti le emozioni ed i pensieri che affollano il cuore e la mente degli stessi quando i risultati non arrivano. Peggiore è forse la situazione quando, dopo una serie di vittorie, arrivano quasi inesorabilmente le sconfitte. Nel momento in cui per numero, per qualità o per entrambi i fattori, queste diventano numerose ed importanti, tutto diventa complesso per l’atleta ma anche per l’allenatore. Come abbiamo già visto nell’articolo sulla motivazione, attraverso un attento lavoro sugli aspetti Psicologici implicati nella dimensione motivazionale, Il coach può svolgere un importante ruolo, nel facilitare nell’atleta la giusta chiave di lettura dell’evento.

Sarebbe però troppo semplice finirla qui.

Alle volte, per diversi motivi, gli atleti si scontrano con i loro limiti, che quando sono di tipo strutturale o riguardano abilità motorie che possono essere sviluppate solo fino determinate età, diventano limiti quasi impossibili da superare e che segnano o possono segnare l’attività sportiva dell’atleta.
In ambito amatoriale questo non dovrebbe essere grosso problema poiché solitamente a questi livelli, il divertimento, il tenersi in forma, il condurre uno stile di vita sano e tutto quello che di positivo vi viene in mente, fanno da base allo sfondo nel quale ogni atleta dovrebbe vivere la propria passione.

Naturalmente anche l’amatore vive di passione, definisce e ricerca l’obiettivo attraverso il sacrificio. Spesso anche le lacrime appartengono a questa dimensione.

Spesso anche la Psicologia dello Sport ed il Mental Training.

Professionismo: la dimensione del risultato?

Quando si arriva o ci si ritrova nel professionismo le cose cambiano forma e molto spesso anche significato.
Quello che era lo sfondo del divertimento e del benessere, alcune volte (scusate l’ottimismo), sono sostituite da uno sfondo totalmente diverso.
Se ansia, stress, paura di fallire e di deludere le aspettative, possono essere vissute sia dall’atleta amatore che dall’atleta agonista, tutto si amplifica di molto nel professionismo.
Infatti, molti professionisti vivono anche in termini economici del loro sport. Cosi “il perdere” mette a rischio perfino quelli posti alla base di quella che Maslow chiama piramide dei bisogni.

maslow

Piramide dei bisogni Maslow,1954

Negli sport da combattimento, dove è molto raro che un atleta possa vivere del proprio sport, molte volte si mette a rischio ad esempio la possibilità futura da parte dell’atleta di diventare un tecnico di alto livello (presso Federazioni) o di poter vivere del proprio sport aprendosi una palestra, ad esempio.

Fare i conti con se stesso

Dopo una serie di sconfitte l’atleta è chiamato a fare in conti con se stesso; rivalutare la propria storia sportiva, proiettarsi nell’incerto futuro, ridefinire obiettivi, vivere i cambiamenti subiti dalla propria figura all’interno del contesto (compagni di allenamento ma più in generale anche amici e conoscenti).

Come psicologo spesso ho lavorato diverse volte insieme all’atleta, accompagnandolo in queste riflessioni. Altre volte, ho avuto la possibilità di constatare come un attento lavoro di preparazione psicologica sia tornata molto utile all’atleta che si sia poi trovato a dover affrontare delle ripetute sconfitte.

Come succede spesso nella vita, conoscere bene se stesso, i propri meccanismi, le proprie debolezze, i propri punti di forza aiuta ad acquisire un tesoretto, che può fare la differenza in questi casi.

Fare i conti con l’allenatore

Nel tempo mi son fatto l’idea che in Italia il livello dei tecnici dello sport sia alto, anzi molto alto. Questo per diversi motivi su cui non mi soffermerò.
Nel professionismo, comunque, l’allenatore è chiamato ad operare delle scelte: Fuori o dentro dalla nazionale, chi portare in gara, su chi puntare e molto altro.

Il coach rappresenta una delle più importanti risorse in termini di motivazione per gli atleti.Spesso un Feedback positivo può almeno in parte contrastare il feedback negativo che in una quota più o meno ampia è sottinteso in ogni sconfitta. Ma come abbiamo detto prima, spesso l’allenatore deve operare scelte, che possono risultare anche devastanti per l’equilibrio dell’atleta.
Per queste ed altre ragioni sarebbe opportuno lavorare per obiettivi che siano il più possibile realistici, rispettando così, l’attitudine, la condizione fisica, quella mentale e il livello tattico e tecnico dell’atleta.

Henri Laborit, Biologo e filosofo, nel suo libro “Elogio della fuga” scrive :

“Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio.”

So che ciò può sembrare impopolare, ma alle volte tirarsi indietro può essere più sensato che giocarsi tutto o quasi tutto se non si hanno le carte giuste in mano.

Nello sport i bluff non pagano quasi mai.

Dr. Massimiliano Di Liborio

Leggi l’articolo sull’ansia da prestazione

 

Contattaci per una consulenza di uno Psicologo dello Sport, compila il form in basso

[contact-form-7 id=”8647″ title=”Contatti 2017″]
252 Condivisioni
Written by admin