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Emozioni e Neuroscienze Affettive

Emozioni / Psicologia Clinica / 12 febbraio 2017

Emozioni e neuroscienze affettive. Molto al di sotto della così nuova neocorteccia, nella parte più vecchia del nostro cervello, diversi sono i circuiti cerebrali che condividiamo con gli altri mammiferi. Questi circuiti fanno da sostegno alle nostre vite emotive, generando moti  che possono portarci dall’estasi alla più assoluta disperazione, dalle stelle alle stalle, direbbero i nostri nonni.

Le funzioni assolte da questi sistemi sembrano essere molto simili in tutti i mammiferi e in molti vertebrati a sangue caldo, mettendo così in evidenza il filo conduttore che ci lega in maniera indissolubile alla continuità della vita.
Nelle regioni sottocorticali dei mammiferi, Jaak Panksepp, nel suo immenso lavoro, individua almeno sette sistemi emotivi;

• Sistema della Ricerca (Seeking; attesa)
• Sistema della Paura (Fear; Ansia)
• Sistema della Collera (Rage; Rabbia)
• Sistema del Desiderio Sessuale; (Lust; desiderio sessuale)
• Sistema della Cura (Care; accudimento)
• Sistema del Panico/Sofferenza (Panic/Grief; Tristezza)
• Sistema del Gioco (Gioia sociale)

Un’attenta analisi dei processi mentali di base, delle funzioni cerebrali e dei comportamenti emotivi sono i cardini dell’approccio triangolare, operato dalle neuroscienze affettive.
Le antiche regioni del cervello, implicate nella generazione delle emozioni, vanno dal mesencefalo, al grigio periacqueduttale (pag), all’ipotalamo e al talamo mediale, che sono a loro volta connessi alle strutture del sistema limbico e diverse regioni corticali frontali e ventrali del prosencefalo.
Nonostante la ricerca sulle emozioni, negli ultimi decenni, si sia focalizzata molto sulle strutture cerebrali meno antiche (sistema limbico e neocorteccia), oggi diverse ricerche mettono in luce, come, in realtà, le nostre funzioni superiori siano in maniera massiccia sottoposte all’azione delle strutture ancestrali.
Questo punto di vista non predilige un paradigma geneticamente deterministico, ma al contrario, i sistemi sembrano essere geneticamente predisposti ad essere modificati dalle esperienze della vita, in modo particolare da quelle precoci. Questo aspetto può rinnovare il modo di intendere il nostro sviluppo sia come specie (filogenesi) che come individui (ontogenesi).
E’ chiaro che non solo le emozioni ci legano agli animali; anche schemi più cognitivi che generano dei patterns mentali (patterns processing), che sono a loro volta, usati nel processo decisionale (decision making).
Questi generi di patterns, non sono prerogativa unica della specie umana, ma sono un patrimonio che l’uomo condivide con i primati ma anche con specie meno evolute. Matteson (2014) elenca diversi patterns che uomini e altri animali condividono:

1. La capacità di generare mappe cognitive, utili per ricordare la posizione del cibo e dei potenziali predatori. Generare dei Landmark utili per la navigazione nelle specie migratorie. La struttura maggiormente implicata in questo tipo di patterns è quella dell’ippocampo (Pearce et al. 1998; Spiers et al. 2001)

2. La competenza che gli animali sviluppano nel riconoscere individui della stessa specie, e nel riconoscere il loro stato emozionale attraverso particolari espressioni del loro viso-corpo (Little et al.2011; Parr, 2011; Yovel and Freiwald,2013)

3. L’uso dei gesti per attirare l’attenzione

Tornando alle emozioni, oggi lo scenario che si presenta nell’ambito della Psicologia, è uno scenario che vede sostanzialmente due posizioni, per certi versi tra loro contrapposte. La prima posizione è quella legata al movimento, che crede che noi possediamo delle emozioni di base.
La seconda è legata alla concezione dimensionale della vita emotiva. Secondo questa teoria, le emozioni non si strutturano sulla base delle emozioni primarie, ma lungo un asse ortogonale bipolare, nel quale vi è la valenza positivo-negativo e un alto-basso arousal. Questo sviluppo quantitativo delle emozioni, nasce da un processo cerebrale che viene denominato” affetto nucleare” (core affect).
Il core affect è definito come il più elementare stato affettivo consciamente accessibile.
Al di la delle diverse teorie che contraddistinguono le diverse posizioni dei neuroscienziati, è necessario distinguere tre tipi di processi ( Panksepp 2014);

1. Processo Primario: tutte quelle esperienze Psicologiche che si fondano su risposte emotive-istintive. Queste risposte nascono dall’attivazione di sistemi situati nelle regioni più antiche del nostro cervello.

2. Processo Secondario: varietà di meccanismi relativi all’apprendimento ed alla memoria. Probabilmente, questi meccanismi, sono centrati sull’attivazione di sistemi situati nelle strutture limbiche.

3. Processo Terziario: sono tutti quei processi, in gran parte cognitivi, legati alla capacità di riflessione e all’esperienza.

Si può constatare come la ricerca si sia molto concentrata nello studio delle emozioni, su processi terziari e secondari, lasciando ampio margine d’investigazione rispetto i processi primari.

 

 

 

 

 

 

Panksepp, muove una critica alla posizione che molti suoi colleghi neuroscienziati adottano, tendendo alla distinzione netta tra emozioni ed affetto.

Secondo questi ultimi le emozioni sono legate ad una dimensione squisitamente fisiologica, comprendente comportamenti emotivi fortemente stereotipati, e reazioni di tipo viscerale.

Stando cosi le cose, si può dedurre, che gli animali non farebbero esperienza delle loro emozioni, ma sarebbero soltanto “ sottoposti” ad una scarica di cambiamenti viscerali e comportamenti emotivi.
In altri termini gli affeti sono definiti solo attraverso delle riflessioni cognitive sulle risposte provenienti dal corpo.

“Le modificazioni corporee seguono direttamente la percezione di un fatto eccitante…la nostra sensazione delle modificazioni che intervengono è l’emozione…Se immaginiamo un’emozione intensa e poi cerchiamo di estrarre dalla consapevolezza che ne abbiamo tutte le sensazioni relative ai suoi sintomi somatici, scopriamo che non abbiamo tralasciato nulla, nessun “contenuto mentale” senza il quale non vi può essere emozione e che tutto ciò che resta è uno stato, freddo e neutrale, di percezione intellettuale” (James,1890).

“Non tremiamo perche abbiamo paura, ma abbiamo paura perché tremiamo”, questo in due parole rappresenta la teoria di james Lunge.

Panksepp è convinto che le cose non stiano cosi. A favore della sua tesi oltre a esperimenti su ratti decorticati, che sono addirittura più emotivi di quelli normali, ci sono esempi di bambini anencefalici (senza emisferi cerebrali e quindi senza neocorteccia) che se cresciuti in ambienti emotivamente ricchi e coinvolgenti, potranno diventare affettivamente attivi (Shewmon et al. 1999).
Queste ed altre evidenze suggeriscono che le emozioni devono nascere in strutture cerebrali più antiche, e che gli aspetti cognitivi non potrebbero esserci senza il frutto del lavoro di strutture sottocorticali.
Perfino la piena consapevolezza che abbiamo conquistato con la corteccia cerebrale è fortemente influenzata da fattori emotivi. Filogeneticamente, i bambini, all’inizio della loro vita, sono quasi totalmente guidati da processi primari. Successivamente attraverso la maturazione, questi processi vengono abilmente mediati dalle funzioni di tipo superiore.
Questo, non sempre, purtroppo.
Gli affetti sono esperienze primarie

Per comprendere al meglio i sette sistemi emotivi individuati da Panksepp, è necessario precisare che questi sistemi non sono indipendenti l’uno dagli altri, ma spesso si sovrappongono.
In fondo, quando siamo impauriti, cerchiamo una via di fuga e quando siamo arrabbiati cerchiamo un bersaglio sul quale scaricare la nostra rabbia.Il sistema ricerca, come vedremo più avanti è un sistema che può attivare o essere attivato da numerosi altri sistemi.
Anche sentimenti complessi, come ad esempio, la gelosia, può essere letta come il manifestarsi di più sentimenti primitivi, quali; ricerca, desiderio sessuale, paura e sofferenza ( Panksepp 1982, 2010)
Nonostante diversi ricercatori, pensano che le emozioni siano apprese attraverso gli eventi che la vita ci presenta, oggi possiamo dire con certezza, che le cose non stanno proprio cosi.

Passato e storia non sono la stessa cosa.
Il passato è accaduto.E’ composto di eventi che hanno influito sul se, alcuni dei quali possono essere ricordati, ma la maggior parte dei quali è totalmente fuori dalla memoria.
La storia è la trasformazione, da parte della persona, del passato in un racconto che può narrare a se stessa.
Talvolta la storia deriva davvero dal passato, ma anche per il più sincero degli analizzanti la sua storia sarà più simile a un mito.

C.Bollas- La domanda infinita.

 

Emozioni; una memoria filogenetica.

Le emozioni sono una memoria filogenetica, molto più antiche delle memorie esplicite o procedurali.
Non tutte queste emozioni si manifestano immediatamente dopo la nascita.
Diverse di esse, come ad esempio la cura, il desiderio sessuale ed il gioco, si manifestano successivamente.
Nonostante ci siano differenze nella manifestazione delle diverse emozioni di base, stimoli come ad esempio l’esposizione a forti rumori, attivano universalmente la paura. La chiave epigenetica rimane comunque integrabile in un approccio di questo tipo. Diversi ricercatori, infatti, hanno evidenziato un aumento dell’espressione genica di quei fattori (ormone corticotropo, CFR) implicati nella risposta allo stress quando, ad esempio, i cuccioli sono separati dalla madre durante le prime settimane di vita. Questa condizione e altri tipi di stress di natura Psicosociale possono avere come effetto un atrofia neuronale nell’ippocampo (Margarinos et al. 1996)

Le emozioni giocano un ruolo rilevante anche dell’apprendimento. Alla base della catena di associazioni stimolo – risposta, possiamo individuare lo stimolo incondizionato (ad esempio corrente elettrica) che evoca una risposta incondizionata (evitamento). Nel momento in cui lo stimolo incondizionato viene accompagnato da un altro stimolo (stimolo condizionato) come ad esempio, il suono di una campanella, può condurre ad una risposta (risposta condizionata) condizionata, cosi come evidenziato da Ivan Pavlov con il famoso esperimento dei cani.
Nonostante i moltissimi studi, che nel tempo hanno sviscerato i meccanismi neurobiologici e le strutture cerebrali, che sono alla base dell’apprendimento, poco si è discusso sui sentimenti affettivi che sono alla base dell’apprendimento.

 Manipolazioni neurochimiche

Oltre che attraverso la stimolazione elettrica, anche l’utilizzo di determinate sostanze chimiche possono produrre effetti utili alla comprensione dei processi e delle strutture implicate nei comportamenti affettivi.
Il rilascio della corticotropina, ad esempio, è in grado di generare forme di panico/ sofferenza, oltre che far aumentare notevolmente il pianto in risposta alla separazione sociale in mammiferi e uccelli.
Nonostante ci sia ancora molto da comprendere nell’universo che lega i sistemi neurochimici e le espressioni emotive, sappiamo con certezza che alcune sostanze chimiche come i neuropeptidi, possono produrre sentimenti emotivi altamente predicibili.
Sappiamo che gli oppiacei danno un senso di conforto e di tranquillità in chi li assume, o che sostanze dette “psicostimolanti”, aumentando il rilascio di dopamina, stimolando attività e curiosità negli animali da laboratorio. L’ipotalamo laterale, il nucleus accumbens, la corteccia frontale mediale, sono collegate attraverso il fascicolo prosencefalico mediale, che contiene diversi circuiti attivati dalla dopamina.
Quando il fascicolo prosencefalico mediale è stimolato elettricamente o attraverso la dopamina, gli animali diventano incredibilmente eccitati e interessati al mondo, tornando freneticamente nei luoghi dove sono state somministrate le sostanze Psicostimolanti. Questi comportamenti emotivi non sono presenti solo nei mammiferi, ma sono stati osservati perfino nei Gamberi d’acqua dolce (Panksepp, Huber 2004, Nathaniel et al. 2009).
Una recente scoperta, evidenzia la capacità della maternità di “accendere” molte delle regioni sottocorticali interessate dagli effetti della cocaina (Ferris et al. 2005).

Oltre allo studio neuroanatomico e neurochimico di cui abbiamo già accennato qualcosa, anche le tecniche di neuroimaging, con tutti i limiti che possono presentare nello studio dei comportamenti emotivi, ci hanno permesso di comprendere diversi aspetti che rientrano come oggetti di studio nelle neuroscienze affettive. Le persone acquistano oggetti che “stimolano” il loro nucleus accumbeus e non acquistano gli oggetti che” stimolano” l’insula (Knutson, Greer 2008).

I neuroscienziati sono consapevoli che è necessario tenere in considerazione i limiti delle tecniche di neuroimaging. Ci sono ad esempio gli alti costi della PET, che la rendono impossibile nelle indagini di routine sugli animali.
Altri limiti sono di tipo meccanico, infatti, le strutture sottocorticali, sono più piccole di quelle corticali e hanno una frequenza di scarica molto più lenta. Il fatto che il dispendio energetico ed il flusso sanguigno, riflettano indistintamente un attività neuronale tanto inibitoria che eccitatoria, rendono tutto ancora più complesso.

A cosa assomiglia provare un emozione?

Nel momento in cui si assume che gli affetti non sono delle riletture cognitive, a cosa somiglia, provare un emozione?
Probabilmente a nulla.
Il flusso di eccitazione fisiologica che investe il nostro corpo mentre proviamo un affetto, è reso possibile dal fatto che i sistemi primordiali, che controllano l’attivazione emotiva, sono vicini alle regioni cerebrali che regolano l’attività dei visceri e le nostre secrezioni ormonali.
Tra gli errori che è possibile individuare in diverse teorie, ci sono quelli legati alla credenza che le reazioni corporee possano generare attivazione emotiva tout court. Nonostante un aumento di pressione sanguigna possa far sentire una persona adirata, ancora più adirata,La ricerca ci indica chiaramente che invece non è in grado di produrre rabbia in un animale che non sia già adirato.
Tassonomia affettiva

Sette sembrano essere i sistemi che guidano gli affetti nelle strutture più profonde del nostro cervello, alcuni di questi sistemi si sovrappongono e tutti sono attivati da regolatori come la serotonina, la norepinefrina e l’acetilcolina.
Nonostante il lavoro che nel tempo sarà possibile portare avanti negli studi su questi sistemi di base, conosciamo già molto bene, diversi aspetti caratteristici che qui intendiamo brevemente riassumere.

1. Il sistema della ricerca o di attesa, è un sistema il cui comportamento affettivo manifesto è quello dell’impegno da parte dell’animale nell’esplorazione del mondo che lo circonda. Attivando questo sistema le cavie iniziano l’esplorazione delle fessure, degli angoli e degli oggetti, manifestando un interesse particolarmente attivo rispetto gli eventi o gli stimoli che gli si presentano. Questo sistema è alla base di molti altri sistemi, può spingere una madre a ricercare il cibo o una tana per la prole, motiverà la ricerca di una via di fuga in animali impauriti. Inoltre è possibile che l’attivazione di questo sistema tenda a contrastare i sentimenti negativi che caratterizzano l’attivazione di altri sistemi come quello della paura o del Panico/sofferenza.

2. Il sistema collera sostanzialmente opera in contrasto con il sistema ricerca e nella maggior parte dei casi può essere associato a emozioni negative. Nonostante questo sistema non necessiti di componenti cognitive, spesso interagisce con schemi cognitivi. Questa interazione può portare alla formazione di sentimenti positivi, come ad esempio l’esperienza di trionfo sul proprio avversario.

3. Il sistema paura produce stati negativi dal quale animali e persone desiderano fuggire. A seconda del grado di attivazione del sistema si possono avere risposte che vanno dall’immobilità tremante alla fuga. Quando si presenta il comportamento di fuga, probabilmente, il sistema paura ha innescato il sistema ricerca.

4. Il desiderio sessuale si manifesta con comportamenti di corteggiamento e fanno tendere l’animale alla ricerca di una congiunzione carnale con un compagno recettivo. Quando non è possibile soddisfare questo, gli animali fanno esperienza di un forte stress. Il desiderio sessuale è una delle fonti dl più cognitivo concetto di amore.

5. Il sistema di cura fa tendere l’animale a manifestare cura e assistenza ai propri cari. Senza l’attivazione di questo sistema il prendersi cura della prole sarebbe un inutile fatica. La cura è un’altra fonte dell’amore

6. Il sistema di Panico/ Sofferenza quando attivato, genera sensazioni di sofferenza interiore, una sofferenza che non deriva dal corpo ma da aspetti più psichici. L’ansia da separazione è una delle sofferenze più ancestrali e più toccanti che tutti i mammiferi (ma non solo) possono provare. Fluttuazioni di questi sentimenti sono un’altra fonte dell’amore.

7. Il sistema del gioco si esprime con un attività motoria che tende con leggerezza e divertimento a far competere o a pungolarsi a vicenda. Nella maggioranza dei casi ruoli di dominanza e di sottomissione si alternano. Quando questo non succede, anche nei ratti finiscono le vocalizzazioni legate la gioco e cominciano quelle legate alla sofferenze. Il gioco è una delle fonti dell’amicizia.

L’ossitocina

Lo studio sugli animali sull’ossitocina ha evidenziato, che a seguito della somministrazione di ossitocina, ci fosse aumento della qualità nelle cure materne e nel rapporto madre/piccoli.
Sull’onda di questi risultati, si è venuta a creare una leggenda, che si è trasformata quasi in un business, della visione che propone l’ossitocina come molecola dell’amore.
In realtà non esiste, ad oggi, nessuna evidenza scientifica che risalti il ruolo dell’ossitocina nella promozione di stati d’animo positivi.
In molti esperimenti l’ossitocina non promuove nemmeno comportamenti prosociali.
Negli esseri umani sappiamo che può indurre una maggiore fiducia negli scambi di natura economica (Meyer-Lindemberg, 2008) e può favorire le interazioni positive (sguardi, interesse, apertura emotiva) nelle coppie che stanno discutendo (Ditzen, 2009).
Al contrario somministrando ossitocina nei pulcini, che per natura tendono a muoversi in gruppo quando messi in un ambiente nuovo, tende a farli disperdere più liberamente.
Queste effetti così diversi tra loro, e sulle spalle di altri esperimenti, è possibile ipotizzare che in realtà l’ossitocina possa aumentare la fiducia negli animali.

Nell’ottica evoluzionistica, probabilmente gli affetti, hanno reso possibile una gamma di risposte molto più flessibili e meno stereotipate negli esseri viventi. Rispondere alle sfide che la vita ci presenta quotidianamente, in modo flessibile aumenta notevolmente la probabilità di sopravvivenza.

La paura e la cura proteggono la sopravvivenza dell’individuo e degli altri, cosi come il desiderio sessuale protegge la sopravvivenza della specie.
Il problema che ci potremmo porre è quello di cercare di capire se il ratto che prova paura è in grado di essere consapevole dell’esperienza che sta provando?
Ad oggi non abbiamo risposta e pare che nessuno abbia soluzioni in mente per risolvere questo problema.

Le teorie di Panksepp possono trovare un terreno comune con i concetti Psiconalitici, e in generale della Psicoterapia, di alleanza terapeutica?

Le neuroscienze affettive non richiamano, per alcuni versi gli elementi beta di Bion, ovvero “le impressioni sensoriali delle esperienze emotive”, delle proto-emozioni o emozioni grezze, lì dove la reverie materna e successivamente l’analisi innestano o saldano la funzione alfa del pensiero, che promuove trasformazione ed evoluzioni di questi elementi grezzi?

Quando per il fallimento della funzione alfa le esperienze non elaborate sono presenti in modo massiccio nella personalità questi aspetti molto primitivi  andranno a configurarsi negli assunti di base come angoscia, terrore e agiti incongrui di attacco-fuga, dipendenza, accoppiamento.

Link:

Per approfondire le neuroscienze affettive

Per approfondire il concetto di reverie 

Dr. Massimiliano di Liborio

 

Bibliografia:

Ditzen., Scher, M., Gabriel, B, Bodenmann, G., Ehler, U., Heinrichs, M. (2009),
“Intranasal oxytocin increases positive communication and reduces cortisol levels during couple conflict” In Biological Psychiatry, 65, pp728-731

Ferris, C.F., Kulkarni, P., Sullivan, J.M. Jr Harder, J.A., Messenger, T.L., Febo, M. (2005), “ Pup suckling is more rewarding than cocaine: Evidence from frmi and 3d computational analysis” In journal of Neuroscience, 25, pp.149-156.

Knutson, B., Greer, S.M. (2008), “Anticipatory affect: Neural correlates and consequences for choise” . In Philosophical Transaction of the Royal Society, London, B, Biological Sciences 363, pp.3771- 3786.

Little A. C., Jones B. C., DeBruine L. M. (2011). The many faces of research on face perception.Philos. Trans. R. Soc. Lond. B Biol. Sci. 366, 1634–1637 10.1098/rstb.2010.0386

Margarinos A, McEwen B, Flugge G, Fuchs E (1996) Chronic psychosocial stress causes apical dendritic atrophy of hippocampal CA3 pyramidal neurons in subordinate tree shrews. J Neurosci 16:3534–3540

Mark P. Mattson (2014). Superior pattern of processing is the essence of the evolved human brain , review article frontiers in neuroscience

Meyer-Lindeberg, A. (2008)” Impact of prosocial neuropeptides on human brain function” In Progress in Brain Research, 170, pp 463-470.

Nathaniel, T.I., Panksepp, J., Huber, R. (2009), “Drug-seeking behavior in an invertebrate system: Evidence of morphine- induced reward, extinction and reinstatement in crayfish” In Behavioral Brain Research, 197,pp 331-338

Panksepp, J. (1982) “Toward a general psychobiological theory of emotion”. In behavioral and Brain Sciences, 5 pp.407-467

Panksepp, J. (2010) “Affective consciousness in animal: Perspectives on dimensional and primary process emotion approaches” In Proceedings of the royal Society, Biological Sciences, 77, pp. 2905-2907.

Panksepp, J., Huber, R. (2004) “Ethological analyses of crayfish behavior: A new invertebrate system for measuring the rewarding properties of psychostimulants”. In behavioral Brain Research 153, pp 171-180.

Pearce J. M., Roberts A. D., Good M. (1998). Hippocampal lesions disrupt navigation based on cognitive maps but not heading vectors. Nature 396, 75–77 10.1038/23941

Shewmon, D.A., Holmes, G.L., Byrne (1999), “Consciousness in congenitally decorticate children: Developmental vegetative state as self-fulfilling prophecy”. In developmental Medicine e child Neurology, 41.364-374


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